Pubblicato da: Paolo | 12/10/2013

Rupert Sheldrake: all’alba di una Nuova Scienza della Vita?

Rupert Sheldrake

Rupert Sheldrake

Rientrato dal convegno Aqua, pieno di nuovi stimoli di riflessione, per la categoria Evidenze sperimentali, oggi vi parlo dell’Ipotesi della causalità formativa del biologo  britannico Rupert Sheldrake, che introduce il tema della biologia alla descrizione del nuovo paradigma.

Vi ricorderete che, in un precedente punto della situazione oltre ai concetti di non separazione tra sperimentatore e esperimento e di non località (vedi qui e qui)  ho parlato anche di alcuni indizi dell’esistenza di una matrice sottostante i fenomeni che osserviamo, e della possibilità di concepire una realtà a molti livelli, concezione che per ora abbiamo affrontato solo dal punto di vista matematico attraverso la teoria di B. Heim.

Oggi entriamo nel dominio della biologia. Vi parlerò dei campi morfogenetici, e in particolare, dei campi morfici.

Sheldrake

Negli ambienti New Age è ancora piuttosto di moda citare le ipotesi di Sheldrake per corroborare determinati funzionamenti degli esseri viventi e in particolare per avallare dal punto di vista scientifico le dinamiche della coscienza umana così come le si osservano da un punto di vista spirituale e olistico.

Di campi morfici se ne sente parlare nei seminari di radioestesia, nelle sessioni di costellazioni famigliari, o per giustificare determinati cambiamenti nella coscienza collettiva.

Ma, tra tutti coloro che citano a piene mani questi campi, quanti effettivamente si sono presi la briga di leggere il libro di Sheldrake, pubblicato nel 1981, che ha dato il via a un dibattito nella storia della biologia tra i più accesi (e, per molti versi, anche connotati a tinte fosche) ?

Ho spesso la sensazione che tutti ne parlano, ma ben pochi hanno avuto il coraggio (e l’umiltà) di andare a leggere che cosa Sheldrake ha scritto in appoggio alla sua ipotesi.

Io l’ho fatto.

Ci ho messo qualche mese ma ne è valsa la pena!

La copertina di A New Science of Life

La copertina di A New Science of Life

Il titolo originale della sua opera più discussa è A new Science of life (Blond & Briggs, Londra, 1981).

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La prestigiosa rivista scientifica inglese Nature, nel numero 293 del settembre 1981, a pag. 245, cercò di stroncarlo con un editoriale dal titolo A book for Burning ossia, “un libro da bruciare?”. Sheldrake viene accusato di fare pseudoscienza, di essere populista e di introdurre la magia nella scienza. Non entro nel merito della controversia, ma molti scienziati si schierarono successivamente al fianco di Sheldrake chiedendo una prova sperimentale dell’ipotesi, che il suo autore ha sempre definito come scientifica, ossia sperimentalmente provabile.

Sheldrake Causalità Formativa

Nel luglio 2010 ho acquistato il testo in versione cartacea, pubblicato in Italia da Edizioni Red con il titolo “L’ipotesi della causalità formativa” (che nell’ originale è invece il sottotitolo), e pochi mesi fa ne ho comprato anche una copia in versione elettronica, più aggiornata.

L’ho letto un pezzo alla volta, fermandomi a riflettere su alcune pagine, piuttosto dense nei loro ragionamenti. Testo estremamente chiaro, argomentato e dettagliato, trovo che sia scritto in modo esemplare dal punto dell’esposizione e ricco di spunti operativi per le conseguenze pratiche di molte conclusioni.

I numeri dei capitoli che darò come riferimenti sono gli stessi che potrete trovare sia nella succitata edizione che in quella originale.

Nel suo lavoro Rupert cerca di superare la visione meccanicistica degli esseri viventi (anche nella versione migliorativa del vitalismo, vedi. cap. 1), da una parte, e quella olistica dall’altra, una controversia che dura da parecchio tempo.

La visione meccanicistica è quella che cerca di ridurre i fenomeni della vita alla fisica e alla chimica, per spiegare la vita in termini di meccanismi. Questo approccio è stato utile in alcuni casi (specialmente a livello di biochimica).

Sheldrake è partito dall’embriologia. Si è chiesto: che cosa dà la  forma al futuro individuo, già a partire dai primissimi passi di crescita?

I genetisti diranno che sono i geni a dirigere la crescita. A prima vista funziona, ma peccato che i geni in cui sia codificata l’informazione dello sviluppo della forma non esistano… come non esistono i geni che dirigono i processi di costruzione della tela di un ragno. Del resto, dato che gli occhi, le braccia e le gambe contengono gli stessi geni, com’è che si sviluppano secondo forme diverse? un braccio e una gamba hanno la stessa composizione chimica (comprese le proteine e gli altri componenti biochimici), la stessa genetica, ma allora come  si sono differenziati, se derivano dalle stesse cellule iniziali?

Rupert Sheldrake ha cercato le risposte anche ad altri problemi lasciati irrisolti dalla biologia ufficiale come questi:

– Che cosa dice al seme come dovrà diventare l’enorme quercia che genera?

– Per dirla con parole di Sheldrake “come un maggior numero di forme può discendere da un minor numero di forme”, ma anche:

– Come funziona l’istinto animale,

– Come  funziona la nostra mente?

Questo nuovo modo di pensare è inconsueto e ci introduce in un territorio inesplorato. Ma solo esplorando questo terreno sembra esserci qualche speranza di arrivare a una nuova comprensione scientifica della forma e dell’organizzazione in generale, e degli organismi viventi in particolare” (cap. 5.1)

Campi morfogenetici e campi morfici

I campi morfogenetici sarebbero responsabili dello sviluppo e del mantenimento della forma negli organismi viventi.  Essi sono parte di una grande famiglia più generale: quella dei campi morfici.

Qui di seguito, in sintesi, alcune delle proprietà dei campi (morfogenetici e morfici) ipotizzati da Sheldrake.

Di che cosa sono fatti? Constatando che la scienza non è mai stata in grado di individuare alcuna struttura fisica in grado di immagazzinare le informazioni sullo sviluppo, la conservazione a la successiva trasformazione delle forma negli organismi viventi, Sheldrake ha dovuto concludere che i campi morfogenetici sono di natura non fisica. Essi, in quanto tali, non soggiacciono alle leggi dello spazio e del tempo.

Sheldrake fa notare che anche in fisica non si parla più di forze, ma di campi immateriali che organizzano gli enti fisici: “oggi non possiamo più pensare alla materia come fatta di particelle solide, minuscole palle da biliardo che perdurano nel tempo. I sistemi materiali ci appaiono invece come strutture dinamiche che costantemente si ricreano” (cap. 6.5)

Anzi, per inciso, vi dirò che la stessa fisica quantistica è nel momento di passare dal concetto di campi a quello di mere interazioni o relazioni tra enti che sfuggono alla nostra possibilità di definirli (vedi l’articolo Cosa è reale? apparso sul numero di Le Scienze di ottobre).

Dove sono? Si trovano dentro e introno gli organismi. Essi, in quanto entità non fisiche, non sono soggetti a vincoli di spazio e di tempo, quindi chiedersi dove sono in realtà non ha nessun significato.

Cosa fanno? I campi morfogenetici, secondo Sheldrake, sono responsabili della forma e dell’organizzazione dei sistemi biologici. Sono la causa formativa degli organismi biologici, ne procurano e mantengono la struttura ordinata. Ma la cosa ancora più interessante è che essi hanno a che fare anche con gli enti non biologici, oggetto di studio della fisica e della chimica. Ecco alcuni esempi:

a) Nel mondo naturale: molecole, cristalli. Questi sono regolati da potenti campi morfici che ne regolano la ripetizione, e quindi è difficile osservare cambiamenti: sembrano regolati da leggi fisse. Ma non mancano gli esempi di nuovi processi di cristallizzazione che, una volta stabiliti in alcune fabbriche, si sono ripresentati anche in altri stabilimenti non collegati ai primi. Nuovi composti tendo a cristallizzare più facilmente dopo che si sono verificati gli stessi processi più e più volte.

b) negli animali: regolazione delle migrazioni (campi morfici che collegano gli animali alle loro destinazioni), istinto (ad es. i cani che sanno quando i padroni stanno per arrivare a casa: campi che collegano animai e padroni, avete notato che spesso si assomigliano anche fisicamente?).

c) Nell’uomo a livello fisico, ma qui ci preme sottolineare, anche a livello psicologico: la nostra mente e il nostro comportamento, e quindi anche la nostra coscienza, potrebbero dipendere da campi morfici di organizzazione.

d) organizzazione della società e stabilirsi e mantenersi dell’identità culturale di un popolo. In questo caso i memi, ossia unità di trasmissione culturale di cui parla Richard Dawkins nel suo Il gene egoista, non sarebbero altro che campi morfici capaci di indurre fenomeni di risonanza culturale tra gli individui e tra le generazioni.

e) Il campo di memoria collettiva che Jung chiamava Inconscio Collettivo è un gigantesco campo morfico che al suo interno ha, gerarchizzati, altri innumerevoli campi minori.

Conclusione

Per oggi mi fermo qui. Le implicazioni per il nuovo paradigma sono che ogni essere vivente è molto di più che la somma delle sue parti, e gli elevati livelli organizzativi della materia non possono esser compresi da un punto di vista riduzionistico.

Riprenderemo l’analisi dei concetti legati alla causalità formativa in vista di applicazioni molto concrete e …attualissime.

 

 

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Responses

  1. L’ha ribloggato su fisicadellacoscienza.

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