Pubblicato da: Paolo | 09/07/2013

Il cielo, l’uomo e la sacralità del mondo

I risultati del sondaggio lanciato un mese fa. Un Grazie a chi ha partecipato!

I risultati del sondaggio lanciato un mese fa. Un Grazie a chi ha partecipato!

I risultati del sondaggio delle vacanze (vedi immagine sopra e clicca qui per saperne di più) parlano chiaro: quasi il 60% di coloro che hanno partecipato mostra di essere interessato alle correlazioni astronomiche dei monumenti sacri. Ed è proprio di edificazione ispirata all’astronomia che intendo quindi parlarvi oggi.

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Grazie a tutti coloro che hanno votato al sondaggio, questo mi ha permesso di ottenere il feed back di cui avevo bisogno per capire quali argomenti siano maggiormente graditi da chi mi segue.

Il cielo, un fascino percepito sin dall’antichità

L’osservazione del cielo, oltre ad aver sicuramente suscitato meraviglia nell’uomo e a stimolarne il senso religioso sin dai primordi, ha contribuito in modo determinante anche al suo sviluppo culturale, tecnico e scientifico. Il tentativo di capire qualcosa dei fenomeni celesti lo costrinse infatti a uno sforzo di comprensione e all’elaborazione di strumenti che poi poté utilizzare a suo vantaggio. Dalla conoscenza derivava il potere di influire sull’ambiente, ossia la tecnologia.

L’uomo di tutte le epoche (so per esperienza che succede anche agli osservatori ai nostri giorni), sorpreso e quasi sopraffatto dallo spettacolo della volta celeste, cercò istintivamente di individuare e di riconoscere nelle configurazioni formate dalle stelle il profilo di esseri umani, animali o oggetti che, collegati alla sua quotidianità ma anche al suo mondo interiore fatto di leggende, di storie e di valori, soddisfacevano il suo bisogno di trovare qualcosa di familiare nel cielo. Altrimenti il cielo avrebbe continuato ad apparire sempre estremamente remoto e sconosciuto, fonte quindi di potenziale pericolo e perciò di paura.

Con il suo ruotare silenzioso e maestoso, il cielo notturno appariva con un aspetto continuamente diverso a seconda dell’ora e della stagione, e questo rese problematico utilizzarlo per stabilire riferimenti utili anche sulla terra.

Una famiglia Neanderthal

A partire dal Paleolitico uno dei bisogni più importanti delle popolazioni primitive era senz’altro quello di orientarsi nei loro spostamenti, sia sul terreno sia per mare. Probabilmente la stella polare o in generale le costellazioni vicine al Polo celeste vengono utilizzate per trovare la strada di casa, in quanto appaiono non discostarsi mai molto dalla posizione centrale del Polo Nord Celeste, unico vero “punto fisso” della volta celeste.

Da cacciatore migratore ad agricoltore sedentario

A partire da un regime di mera sussistenza basato sulla caccia e sulla raccolta di ciò che la natura spontaneamente offriva, forse, a causa di mutamenti climatici che resero il clima meno piovoso e di conseguenza la terra meno generosa, l’uomo cominciò a fondare delle comunità stanziali in cui le attività di base divennero l’agricoltura e l’allevamento.

Dall’orientamento si passò quindi  alla necessità di misurare il tempo.

La nuova attività infatti implicò, oltre alla necessità di recinzione del territorio coltivato e della protezione delle colture, un nuovo bisogno: quello di stabilire con la maggiore esattezza possibile il momento dell’anno in cui procedere alle varie fasi dell’attività agricola: preparare il terreno, seminare, mietere e raccogliere. Un errore anche solo di poche settimane poteva compromettere il successivo raccolto, mettendo a repentaglio la sopravvivenza della comunità.

Questo bisogno fu sicuramente sentito fra i primi. L’uomo primitivo, che era sicuramente non meno intelligente di quello moderno e contemporaneo, anche se in possesso di molte meno informazioni,  probabilmente riuscì a comprendere in poco tempo che il Sole sorge e tramonta in determinate direzioni dell’orizzonte e che, osservando e registrando queste direzioni (con artifizi sempre più complessi e in alcuni casi sorprendenti) poteva determinare in modo molto preciso la data nell’anno.

Ah, per inciso: “anno” e “anello hanno in comune una radice, dato che anello” vorrebbe dire “piccolo anno”, dato che l’anno appare agli antichi come un grande ciclo (non il più grande in assoluto, cfr. i cicli di alcune antiche civiltà, che arrivavano addirittura a considerare periodi di miliardi  di anni). 

Presso le grandi civiltà tra i due fiumi Tigri e Eufrate la capacità di misurare il tempo grazie alle costellazioni raggiunse livelli estremamente avanzati.

Un'antica tavola babilonese recante alcune costellazioni (da Ursula Seidl, Die Babylonischen Kudurru Reliefs,  Universitatsverlag, 1989, p. 47 )

Un’antica tavola babilonese recante alcune costellazioni (da Ursula Seidl, Die Babylonischen Kudurru Reliefs, Universitatsverlag, 1989, p. 47)

Fu inventato ben presto il calendario. I Sumeri e i Babilonesi ci hanno lasciato alcune tracce sulla divisione del tempo: nel 2000 a.C. questi ultimi dividevano lo Zodiaco in 12 settori (chiamati Beru), corrispondenti ai mesi dell’anno.

Da Roma antica alla Chiesa del Concilio di Nicea

All’epoca della fondazione di Roma l’anno era composto da 304 giorni e diviso in dieci mesi. L’anno iniziava da Marzo, da Mars, il dio della guerra.  Numa Pompilio decise di aggiungere al calendario i mesi di gennaio e febbraio.

Giuglio Cesare, allo scopo di far corrispondere il più possibile il calendario alle stagioni astronomiche, procedette alla sua famosa riforma: nacque così il Calendario Giuliano, in vigore fino alla successiva riforma,  quella di Papa Gregorio XIII nel XVI secolo.

Nei primi secoli dopo Cristo, la Chiesa, divenuta ormai un’istituzione, ebbe l’esigenza di determinare in modo preciso alcune date del calendario liturgico, possibilmente basato e determinato in base a criteri precisi e applicabili in modo il più semplice possibile, in modo da poterli diffondere in tutte le sedi di culto.

Uno dei problemi più spinosi era quello della determinazione della data della Pasqua.

Il primo concilio di Nicea (325 d.C.)

Il primo concilio di Nicea (325 d.C.)

Il Concilio di Nicea Primo, agli inizi del IV sec. d.C.,  definì la data della Pasqua in base a un criterio di semplice applicazione, valido ancora oggi: la prima domenica dopo il plenilunio successivo all’equinozio di primavera. Una data, quindi, che, anno dopo anno, risultava diversa.

In questo modo la Pasqua cristiana si configurò come una festa mobile, dato che dipendeva dal rapporto tra mese sinodico (periodo di tempo che intercorre tra una fase lunare e l’identica fase lunare successiva, della durata di circa 29.5 giorni) e il computo del tempo basato sull’anno solare.

Inoltre, dal punto di vista simbolico, la Pasqua assunse la connotazione simbolica di una festa sia di tipo solare che lunare. In antichità presso differenti culture troviamo un festa legata alla fertilità e alla celebrazione della natura che si risveglia dopo il lungo sonno invernale. Allo stesso simbolismo corrisponde anche la festa celtica di Imbolc, festeggiata alla fine di gennaio-ai primi di febbraio, e, in Valle d’Aosta, anche la festa di S. Orso è collegata al tema della fine dell’inverno.

Anche il cristianesimo configura la Pasqua come una festa di rinascita, non solo della natura ma anche, simbolicamente, dell’uomo che riscopre la propria natura divina, in analogia con il processo di resurrezione e di ascensione di Gesù come un faticoso percorso di uscita dalle tenebre del sepolcro, ma anche dell’inconsapevolezza umana. L’uscita è conseguentemente un passaggio alla vita eterna.

Ed ecco che, oltre agli aspetti pratici, legati all’unificazione e all’amministrazione del culto, nasce una seconda esigenza: quella della rappresentazione simbolica degli aspetti celesti.

Continua nel prossimo post!

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