Pubblicato da: Paolo | 27/06/2012

Meditare va bene ma non basta (2)

Ciao a tutti

In questo post vi racconto la continuazione della storia del mio “2012 personale”.

Il mio carattere e le mie reazioni continuavano a essere praticamente sempre gli stessi. Alla pace derivante dopo una sessione di meditazione (sempre più difficile trovare il tempo per praticare visti gli impegni tra famiglia e lavoro a tempo pieno) o, negli anni successivi, dopo aver visitato un luogo ad alta energia o aver fatto qualche esperimento con l’energia sottile, subentrava poi un certo senso di insofferenza per il fatto di dover ritornare alle mie quaranta ore di lavoro settimanali. Il sempre più scarso tempo a disposizione non mi consentiva praticamente più di coltivare le mie passioni e portare avanti i miei studi.

Compresi i post per questo Blog.

Nel frattempo, al crescere della mia famiglia, la mia compagna e i miei figli mi chiedevano sempre più attenzione e presenza.

Ad un certo punto ho compreso che non potevo più andare avanti continuando a ricreare dentro di me questa sensazione di tormentosa lacerazione, dovuta a mio parere al fatto che gran parte della mia giornata la dovevo (e devo anche ora) trascorrere in attività diverse da quelle che avrei voluto veramente fare, sacrificando il mio prezioso tempo dovendo ubbidire alle logiche del lavoro e, a casa, non potendo certo trascurare i bisogni di chi mi circonda. Come potete vedere, un quadro dominato anche da un certo egoismo latente.

Come sempre, quando trascuriamo un aspetto della nostra personalità che ha bisogno di essere “visto” dalla nostra consapevolezza, la vita fa in modo di mostrarcela attraverso situazioni più o meno estreme che coinvolgono i colleghi di lavoro, il partner, le persone che incontriamo per i più svariati motivi, tutti manifestano quelle caratteristiche che tu non vuoi vedere.

Nel mio caso:

– l’arroganza di pensare di avere praticamente sempre ragione, che mi spinge a non far parlare gli altri, interrompendoli in continuazione, la subisco a mia volta dai colleghi, con la differenza che sul posto di lavoro non posso litigare, a differenza di quanto accade con il partner;

– Giudicare negativamente gli altri, pensando di essere superiore, senza aver il coraggio di esplicitare davanti ai diretti interessati questi giudizi. Questa modalità, che osservo e che a mia volta subisco quotidianamente nel mio ambiente di lavoro, io stesso (ancora) la replico poi a casa, nei confronti di mia moglie;

– Conseguenza dell’aspetto precedente: dividere il mondo tra persone “a un certo livello” culturale, intellettuale o spirituale e tutte le altre; pensare che la maggior parte delle persone sono a un livello di sviluppo insufficiente: come se io fossi un illuminato…

– sentire sempre un certo senso di inadeguatezza, che spinge a dover dare sempre prestazioni “di eccellenza” per impedire che gli altri, abbagliati da tanta bravura, si possano accorgere delle proprie carenze (che poi nascono sempre da un non trasparente rapporto con se stessi). A dire il vero su questo ho lavorato, ma vi assicuro che il mio lavoro non è finito, dato che adesso il tema è : “nessuno mi presta ascolto, se non ci fossi sarebbe lo stesso…” che è lo stesso: io non mi ascolto abbastanza, ci sono ancora degli aspetti che devo scoprire di me.

– difficoltà a gestire le proprie emozioni negative (per me la rabbia soprattutto).

Non potevo e non posso più continuare a fare finta di niente, dando la colpa agli altri di come sto.

Ecco perché ho cominciato a lavorare su di me attraverso le tecniche suggerite da vari autori: Gurdjeff, E. Tolle, e il nostro validissimo connazionale Salvatore Brizzi. Tutti costoro parlano incessantemente di quanto sia essenziale lavorare su di sé. Le espressioni sono molteplici, tutte sfaccettature dello stesso lavoro interiore:  risveglio, ricordo di sé, stato di presenza, auto-osservazione, il potere dell’Adesso, la Grande Opera.

Il Lavoro si fa, non lo si teorizza e basta; è fondamentale cominciare ad allenarsi attraverso semplici esercizi di presenza, talmente semplici che l’ostacolo più grande è provare a eseguirli, mentre la mente suggerisce che, per la loro semplicità, sono inefficaci o, nella migliore delle ipotesi, una perdita di tempo.

Un esempio di esercizio: al mattino, mentre ci si veste, porre attenzione soltanto a quello che si fa, cercando di riportarla ogni volta che la mente ci suggerisce qualche altro pensiero. Quanti di noi mentre si vestono badano solo a quello che fanno? Oppure pensiamo alla giornata che abbiamo davanti, alle cose che dovremo fare, a quelle che non abbiamo fatto ieri, o a decine di altre che non c’entrano nulla con quello che stiamo facendo (ossia vestirci)? Quanta roba fabbrichiamo e lasciamo scorrazzare nella nostra mente mentre eseguiamo questo semplice quotidiano rituale?

Facendo gli esercizi si scopre che in realtà è difficilissimo rimanere in uno stato di presenza per più di una manciata di minuti. Si comincia a comprendere che in realtà quasi tutti noi, per la maggior parte del tempo,  dormiamo, sia di giorno che di notte.

Di questo ne parlano tutte le culture che cercano di descrivere il funzionamento dell’essere umano. Forse alcuni di voi conoscono già i validissimi insegnamenti di Don Miguel Ruiz, di cui vi consiglio la lettura (che trovate in un’ottima sintesi in particolare nel libro di Mary Carroll Nelson, Oltre la paura (Insegnamenti di don Miguel Ruiz – un maestro dell’intento svela i segreti del sentiero tolteco), ed. Il Punto d’Incontro, 1997.

Il Lavoro si fa nella vita di tutti i giorni, si può svolge in qualsiasi momento, da quando ci si alza al momento in cui ci si corica. Non si può aver la scusa “di non aver tempo”, perché non c’è bisogno di ritagliare del tempo dalle proprie attività o dalle relazioni. Naturalmente ci sono fasi di lavoro caratterizzate da maggiore intensità, alternate a momenti un cui “sembra di tornare indietro”, in cui ci si sente davvero le ultime merdacce in un pianeta dominato dall’inconsapevolezza.

In questi momenti può aiutare confrontarsi con chi, come noi, ha deciso di lavorare su di sé, in modo da poter esprimere le proprie perplessità e confessare le proprie (apparenti) sconfitte. Già parlarne è un ottimo aiuto.

Prossimamente magari vi racconto alcune delle cose che ho notato in questi primi mesi di lavoro su di me. Sicuramente uno dei prodotti di cui già posso usufruire è un maggiore controllo della mente, specialmente di fronte a situazioni stressanti ( e vi assicuro che ultimamente ne ho vissute parecchie…come ognuno di voi). Badate bene: controllo della mia mente, non delle emozioni! La mente è molto più facile da mettere in stand-by, mentre per quanto riguarda le emozioni, l’unica cosa da fare è osservarle mentre ci influenzano, in modo da sentire che noi non siamo le nostre emozioni. Ne riparlerò.

Termino con una nota lieve. Una delle cose più buffe che mi sia capitata è stato decidere solennemente “da stamattina comincio con l’esercizio tal dei tali e lo porterò avanti per tutta la settimana” e alla sera, prima di addormentarmi, sobbalzare sul letto pensando “già, l’esercizio!!! non mi è neanche venuto in mente di farlo!

Lunga è la strada…

Alla prossima!

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Responses

  1. E’ una bella condivisione, grazie.
    Per alcune cose mi riconosco e provo a usare vari metodi/strumenti per lavorare su di me e sciogliere quei ”nodi” che impediscono la giusta connessione con la mia vera essenza. Non c’è un unico rimedio. Sono d’accordo che è importante porre l’attenzione nella vita quotidiana e comprendere cio’ che siamo e cio’ che sta intorno. Le occasioni non mancano per crescere e si arriva ad un punto che non è piu’ possibile metter la testa nella sabbia. Abbiamo un posto, dobbiamo riconoscerlo e onorarlo.
    Pensa che un giorno di qualche mese fa stavo guidando e mi è arrivato un pensiero, pare assurdo ma non lo è: il cemento (prodotto non naturale) copre alcune parti della terra – Madre Terra e non la fa RESPIRARE bene. Come se qualcuno ci chiudesse una parte di una nostra narice e arrivasse meno aria.

    Grazie ancora buona serata

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  2. per quanto può valere, ti regalo il mio appoggio e ti incito a continuare.

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  3. Lavorare su stessi …ecco il punto che ci va sempre divenire ed essere consapevoli che la VITA ci appartiene e noi apparteniamo ad essa .
    Nessuno e niente può fare il nostro incomtro con noi stessi. Sbagliano le persone che danno sempre la colpa a qulcuno , qualcosa al di fuori di noi. Lavorae su se stessi implica – prendere coscienza del nostro pensiero, delle nostre emozioni , delle nostre reazioni a tutto ciò che si presenta davanti – in quel momento- in quel incontro- in quel pensiero. Ecco allora – LA CONSAPEVOLEZZA che tutto dipende dalle nostri azioni e non dagli altri o dalle cose. Qundi migliorare il pensiero positivo, migliorare la percezione di sé stessi e di vedere anche nelle situazioni ,meno propizie a noi in quel momento, quella luce che ci fa divenire migliore e chi vibrerà nell’aria come un raggio di sole per il mondo intero.
    Grazie caro Administratir .
    Buona giornata di sole nel cuore !

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    • Sono perfettamente d’accordo con te. In questi giorni ho l’occasione di osservare quante persone si continuano a lamentare di tutto e di tutti, rimandando così l’appuntamento alla propria felicità, che parte sempre dal lavoro su di sé.
      Grazie per il tuo contributo.

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  4. Girovagavo per il web alla ricerca di testimonianze in merito vissute in prima persona e mi sono imbattuta nel tuo blog.
    Mi ha molto colpita questa tua esperienza perché è esattamente quello che sta accadendo a mio marito in questo momento, solo che lui è andato oltre ed è arrivato al punto di decidere di abbandonare la famiglia per potersi dedicare più attivamente ai suoi studi ed alle sue meditazioni.
    In lui l’avvicinamento progressivo allo studio della Kabbalah mistica (unita ad altre teorie) ha comportato un graduale distacco dalla realtà quotidiana sostanziatosi, alla fine, nella decisione di cui sopra.
    Naturalmente tutto lo studiare e meditare non ha portato in lui cambiamenti migliorativi, né caratterialmente parlando, né, tantomeno, nei suoi rapporti sociali, lavorativi o affettivi (anche nell’atteggiamento nei confronti del figlio di 3 anni) di nessun genere se non dal punto di vista dell’accrescimento della sua inclinazione “snob” a considerarsi migliore degli altri, quasi un “maestro” di teorie delle quali possiede una vaga infarinatura e delle quali parla per frasi fatte.
    Per me, ormai, da due mesi a questa parte è diventato impossibile sostenerci un qualsiasi tipo di confronto, nonostante io abbia sempre sostenuto (anche con sacrificio personale) le sue inclinazioni allo studio teso ad un suo miglioramento spirituale e caratteriale; sperando potesse trarne giovamento per migliorare il suo rapporto con se stesso, con gli altri e con la vita.
    Invece il tutto si è sostanziato in una totale fuga dalle responsabilità familiari e in un atteggiamento di onnipotenza non attiva ed avulsa dalla realtà dove tutto è possibile, basta crederci fermamente.
    Sostanzialmente queste pratiche hanno dato spazio al peggio di lui.
    Il tutto, naturalmente, si è installato su una base di insoddisfazione personale sebbene la nostra situazione di coppia e familiare, pur se in un momento di stanca, non mi sembrava fosse tanto irrecuperabile.
    In fondo abbiamo sempre condiviso tutto, continuando ad avere, nonostante le difficoltà, un ottimo dialogo ed un affetto profondo.
    E proprio nell’ottica migliorativa speravo che, aiutandolo nel suo percorso personale, potesse porre un freno al suo carattere rivelatosi progressivamente irascibile, apatico e poco incline all’empatia.
    Sono davvero basita dalla totale mancanza di comprensione del dolore che sta causando a me e che causerà al figlio questo distacco oltre che dai vaneggiamenti di un rapporto di coppia e familiare che dovrebbe continuare ambiguamente a distanza, ognuno a casa sua.

    Mi sono sentita di condividere qui la mia esperienza perché, leggendo quello che hai scritto, finalmente mi si sono chiarite nella mente tante domande alle quali nessuna delle persone con le quali mi confronto, non conoscendo l’argomento e non avendo esperienza di percorsi simili, riesce ad aiutarmi a dare una risposta.
    Come detto con lui è impossibile parlare perché non ritiene che io sia sufficientemente elevata da comprendere il suo percorso e non prende nemmeno in considerazione l’eventualità di avere, come secondo me ha, necessità di una terapia psicologica ed, eventualmente, di coppia.

    Grazie ancora.

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    • Cara Sasa,
      questa mattina, appena ho letto il tuo commento dal cellulare, ho provato a risponderti subito ma… tra la fretta di accompagnare i bimbi a scuola (erano già tutti vestiti, che caldo!) e la mia imperizia nell’uso del dispositivo mobile, ha fatto sì che, mentre litigavo con il correttore automatico, il commento sia stato pubblicato incompleto e con alcune parole incomprensibili!

      Come ti dicevo, ti scrivo (ancora) sulla scorta di un’emozione profonda che ho provato leggendo le tue accorate parole. Sai, proprio ieri, quando ho ordinato su Amazon un librone sulla Kabbalah , e dentro di me pregustavo la gioia per le scoperte che farò e gli orizzonti che mi si apriranno grazie alla lettura dei testi tradotti da Mopsik (l’autore del libro), un pensiero mi ha attraversato la mente.
      In quel momento ero in auto con mia figlia più piccola, che guardandomi dal finestrino retrovisore mi ha lanciato un sorrisone. Ho pensato: ma se un giorno potessi occuparmi solo di queste cose, ma fossi solo, sarei felice? La risposta è stata immediata: no. Ma questa risposta, per me oggi naturale, non lo è stata per anni… come anche tu penso hai potuto comprendere leggendo il mio racconto.
      Non voglio dispensarti consigli ecc. anche perché sarei l’ultima persona in grado di farlo. Ma una cosa posso dirti per certa: la spiritualità , intesa come il perseguire un ideale di crescita personale e di elevazione massima del proprio potenziale evolutivo , DEVE avere come conseguenza l’apertura del Cuore.
      Questo deve essere l’obiettivo di chi decide di intraprendere un percorso attraverso la Kabbalah o qualsiasi altra dottrina tradizionale trasmessa a noi dai maestri del passato.
      Quando ho scritto i due post pensavo quasi di sfogare tutte le mie contraddizioni, in modo da alleggerirne un po’ il peso e cercare di fare chiarezza… scrivendo rivolto ai lettori e frequentatori del blog ero obbligato a usare una forma anche a me comprensibile.
      Ma ho capito che non si tratta solo di uno sfogo: in quelle parole, leggendole oggi, a distanza di mesi, ho trovato quelli che ormai considero miei valori fondanti. Il primo è riconoscere quali sono le priorità nella vita: e una di queste è la mia famiglia. Nessun risultato o traguardo raggiunto nel percorso spirituale, nella meditazione ecc. potrebbe mai eguagliare il sentire, un giorno, di aver trasmesso tutto il mio amore, il mio appoggio e tutto il meglio di me ai miei figli.
      Master Choa Kok Sui (di cui ho seguito gli insegnamenti, tra gli altri) dice che chi ha figli è perché ha bisogno di aprire il cuore. In effetti i figli questo ti invitano quotidianamente a fare: richiamandoti al dovere di essere loro di esempio e soprattutto presente. Posso dirti che oggi sentire questo con tutto il mio essere è per me la vera conquista, una costante che nessuno potrà portarmi via. E, ripeto, è stata per me una lenta conquista. Per arrivarci ho dovuto chiedere a me stesso che cosa davvero era importante. E immaginarmi tra vent’anni, cercando di vedermi nello scenario conseguente a una o all’altra scelta (restare, trasformando i miei ostacoli interiori, o allontanarmi).
      Non entro nel merito della tua situazione, dato che si tratta di un ambito vostro e solo voi conoscete le condizioni che hanno creato il vostro incontro e il vostro stare insieme. A volte intraprendere un percorso può evidenziare in modo molto forte gli eventuali ostacoli interiori che uno possiede per via del proprio vissuto e delle strutture di carattere che ha costruito per andare avanti. Se il percorso è all’insegna della consapevolezza, questa prima dovrà vincere, e stabilire quanto meno chiarezza, condizione indispensabile per lo stabilirsi di un rapporto il più possibile sereno (a prescindere dalla decisione che si raggiunge).
      Vi mando un abbraccio di com-passione (il trattino non è casuale).

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      • Grazie ancora Paolo, per la risposta, per la condivisione della tua esperienza e per la com – passione. 🙂

        Per quel che mi riguarda ho sempre creduto che non esista crescita in nessun senso se non si è in grado, lavorando con grande impegno su sé stessi, di migliorarsi e questo non può prescindere dal portare avanti gli impegni presi, soprattutto se coinvolgono la vita di altre persone.

        A te che sei stato coraggioso ed attento auguro un cammino luminoso e felice.

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    • Cara Sasa, scusami se mi permetto ma anche io mi sono ritrovata nella condizione descritta da Paolo nel post e mi si dispiace molto per la tua situazione.
      Quando ci viene dato il privilegio di interessarsi a determinate tematiche inerenti l’evoluzione spirituale all’inizio si può pensare che la strada davanti sia spianata e invece è proprio in quel momento che inizia la lotta, con noi stessi naturalmente. Uno dei problemi principali è l’identificazione, ho conosciuto molte persone che parlano, teorizzano danno consigli agli altri e poi fanno tutto il contrario di quello che dicono. E’ una questione di incoerenza e di distrazione da se stessi difficile da superare se non si ha la naturale tendenza a mettersi in discussione.
      Credo sia importante prima di tutto riconoscere di avere questo problema anche se nel breve termine questo non garantisce di evitarlo, infatti è uno sforzo continuo, un continuo cercare di superare se stessi e ogni tanto ci si ricade come ho fatto io oggi che invece di godermi un pomeriggio con due amici, non ho fatto altro che pensare che volevo tornare a casa per fare le mie cose, i miei studi, le mie preghiere e meditazioni, invece di approfittare di un’occasione per confrontarmi e praticare la presenza e auto-osservazione nei rapporti con gli altri, perché è da questo che bisogna iniziare.
      Quello che vorrei dirti, senza voler insegnare niente a nessuno (in giro ce ne sono tante persone che si spacciano per maestri di questo o di quello) ma solo condividere cose che ho imparato e vissuto è: non credi che questa situazione possa essere per te un’occasione per operare il tuo “sforzo”, mi spiego meglio, tu hai la possibilità di cercare di fare qualcosa per il tuo rapporto ovvero non lamentarti di tuo marito, non disperare ma fin dal mattino benedire tuo marito e il vostro rapporto, se sei praticante di una qualsiasi religione (ma anche se non lo sei) pregare perché riesca a rendersi conto di ciò che sta facendo e iniziare a mettersi in discussione. Puoi cercare di agire nella consapevolezza che c’è una fonte inesauribile di bene alla quale attingere e che se vibri sulle frequenze del dolore, rabbia o preoccupazione ti allontani da questa fonte.
      Non so se mi sono fatta capire e spero tu non te la prenda semi sono intromessa ma dove c’è sofferenza cerco sempre di intervenire, è più forte di me, il problema è affinare la tecnica!
      Comunque per quanto riguarda i mistici della Kabbalah a quanto so molti pensano che questa sia una scorciatoia per arrivare a Dio invece che un insegnamento per maturare ciò che di divino è in noi applicandone i principi alla quotidianità, al nostro essere “persone normali”.
      Un abbraccio.
      Grazie paolo per questo post, un abbraccio anche a te!

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      • Pubblico volentieri la risposta di Laura, e confermo che anche per me non è facile , le “ricadute ” sono all’ordine del giorno , solo di rado riesco ad andare oltre alla reazione istintiva e agire secondo il cuore quindi senza rivendicare o attraverso la rabbia. Quando ci riesco però proprio in quel momento sento il senso del mio continuamente lavorare per migliorarmi, ma quanto è difficile ! Posso solo aggiungere alle parole di Laura che il partner che ci scegliako non è mai una spiaggia tranquilla sulla quale riposarsi , ma di solito la nostra prova più grande. La consapevolezza (e qui il percorso spirituale è solo un di più, spesso un ostacolo se uno “se la conta”) sta nel chiedersi, faccia a faccia, se c’é ancora un obiettivo comune oppure se è il caso di prendere due strade diverse ma con l’obiettivo di non distruggere ciò che si è creato, ma onorarlo al massimo creando uno scenario nuovo in cui le persone possano essere al massimo di felicità per loro possibile. E’ l’unica strada degna di questo nome. Notate che la parola “facile” non l’ho mai scritta…uj abbraccio a voi.

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      • Grazie, ragazzi, per le risposte e per l’interessamento.
        Laura, accetto con interesse il tuo suggerimento (in effetti questa teoria già la conosco) anche se, come dice la mia Spiritual Coach, in questo momento io devo ricostruire me stessa, anche per mio figlio…e, purtroppo, non sono in grado ancora di vibrare se non sulle note del dolore, troppo recente il fatto e troppo cruda la rivelazione. Riuscirò, comunque, con il giusto aiuto e, poi, in futuro, chissà…
        A Paolo chiedo: quale obiettivo comune più alto può esserci se non quello della crescita di una famiglia e della crescita dei figli nell’obiettivo di un reciproco miglioramento (personale e familiare)?
        Scoprire le cose insieme, aiutarsi l’un l’altro, trasferire le proprie scoperte alle persone che ami e che ti sono vicine…io ho sempre accolto con interesse i suoi studi, ne abbiamo sempre discusso insieme, non ho partecipato ai seminari, è vero, ma niente di quello che lui studia è stato minimamente applicato o trasferito in famiglia da lui.
        E’ rimasto puramente a livello mentale.
        Questo era il nostro obiettivo e questo è rimasto il mio, il suo è diventato altro: in silenzio, nella menzogna e senza possibilità d’appello.
        Nulla è facile in questa dimensione corporea, è vero.
        Nel frattempo subiamo gli eventi perchè la sua mente ed il suo cuore, ormai, sono protetti da paratie stagne e non c’è modo di scalfirli.

        Mi spiace lamentarmi, non è nella mia natura, è che sono davvero molto provata dalla situazione.

        Grazie ancora e, sempre come dice la mia Coach: “meditate pure, ma con i piedi ben piantati a terra, perchè questa dimensione terrena e corporea dobbiamo vivercela tutta, con tutta la sofferenza che, a volte, questo comporta, sapendo che non ci sono scappatoie ai nostri obblighi morali”.

        Vi abbraccio con affetto, anche se non vi conosco di persona.

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