Pubblicato da: Paolo | 07/12/2011

René Adolphe Schwaller de Lubicz (1887-1961)

Fig. 1 - René Adolphe Schwaller de Lubicz

Cinquant’anni fa, il 7 dicembre 1961, moriva un importante studioso di alchimia, esoterismo, simbologia antica e di egittologia, dalla formazione umanistica e scientifica di prim’ordine. In suo ricordo pubblico questo post.

Dall’arte alla scienza, dalla teosofia all’alchimia


Le note biografiche che state per leggere sono tratte in gran parte dall’opera Da Atlantide alla Sfinge, di Colin Wilson, e da altre fonti, di cui ho fatto un piccolo lavoro di redazione che riporto in corsivo.

Schwaller nacque in Alsazia nel 1887 da una famiglia borghese benestante. Il padre era chimico farmaceutico e René passò l’infanzia sognando nelle foreste, dipingendo e facendo esperimenti di chimica. Da sempre lo affascinarono in egual misura arte e scienza: la futura compagna di René, Isha, raccontò che all’età di 7 anni Schwaller ebbe una rivelazione sulla natura del divino e, sette anni dopo, un’altra sulla natura della materia.
Da adolescente si trasferì a Parigi per studiare pittura con Matisse, pittore influenzato dalle idee del filosofo Henri Bergson che parlava in particolare dell’incapacità dell’intelletto di cogliere la realtà che sfugge alla nostra mente “come acqua attraverso i buchi di una rete da pesca”, concezione che formò la naturale tendenza dello studioso a diffidare della “pura scienza”. Nonostante ciò si buttò a capofitto nello studio della fisica moderna, all’epoca rivoluzionata dalle teorie di Einstein e Planck.
Nel 1913 divenne membro della Società Teosofica e iniziò a tenere conferenze e scrivere articoli per la rivista della Società (Le Théosophe, diretto da Gaston Revel). Nei primi articoli rese omaggio alla scienza, fonte di ogni progresso, attaccandone nel contempo ne la natura conservatrice e nichilista. Ma Schwaller si era imposto un difficile compito: attaccare il razionalismo con pensieri razionali. Fu più o meno in quegli anni che nacque il suo interesse per l’alchimia, la scienza della trasmutazione della materia e della ricerca della pietra filosofale, che Schwaller riteneva essenzialmente una ricerca il cui fine è l’illuminazione e di cui la trasformazione dei metalli è una sorta di metafora della trasformazione interiore. Fece oggetto dei suoi studi alchimistici le vetrate e la geometria delle cattedrali gotiche convinto del fatto che struttura e proporzioni nascondessero qualche arcana conoscenza degli antichi.

Della stessa cosa sono convinto anch’io (assieme a molti altri ricercatori)!

L’incontro con Fulcanelli e la creazione dei Veglianti

Schwaller aveva una ventina d’anni quando incontrò nella Closerie des Lilas, a Montparnasse, un alchimista che si faceva chiamare Fulcanelli, ma il cui vero nome era forse Champagne. I seguaci di Fulcanelli si facevano chiamare Fratelli di Eliopoli, erano dediti allo studio delle opere degli alchimisti del XVI e XVII secolo. Da un antico volume Fulcanelli rubò uno sbiadito manoscritto di sei pagine. Spiegava che il colore è un elemento importante del segreto degli alchimisti ma Fulcanelli, il cui approccio all’alchimia era materialistico, non riuscì a capire; Schwaller lo aiutò interpretando il testo, mostrandolgi inoltre il suo manoscritto sulle cattedrali medievali, verso cui Fulcanelli manifestò grande interesse e si offrì di aiutarlo a trovare un editore. Finì che si appropriò invece della maggior parte delle idee per il proprio Mystery of Cathedrals, pubblicato nel 1925.

Nel 1914, essendo di nazionalità francese, all’entrata in guerra del suo paese venne arruolato sul fronte come portaferiti, e successivamente, per intercessione paterna, diventò parte del servizio chimico dell’esercito. 

Nel frattempo Schwaller aveva fatto amicizia con un poeta francese e principe lituano, Oscar Vladislas de Lubicz Milosz, che dopo la guerra lo nominò cavaliere per i servizi resi al popolo lituano concedendogli il diritto di aggiungere “de Lubicz” al suo nome. I due fondarono nel febbraio del 1919 l’organizzazione politica chiamata Les Veilleurs, i Veglianti, basata sulle idee elitistiche di Schwaller, diviso in due ordini, interno, di impostazione esoterica, e uno esterno.  Dopo pochi anni, stanco dei possibili coinvolgimenti politici del gruppo, possibile dinamica in cui vedeva, come la maggior parte dei mistici, una specie di trappola (posizione verso cui sono fortemente critico, come dice S. Brizzi “se non ti occuperai di politica prima o poi sarà la politica a occuparti di te”),si trasferì nel 1924 A St. Moritz, in Svizzera, dove dette vita alla “Stazione Scientifica Suhalia”, per continuare gli studi esoterici con un gruppo di amici che condividevano le sue idee, e si dedicò in particolare a studiare le vetrate, fino al 1934, quando problemi finanziari portarono allo scioglimento della comunità di Suhalia. Fulcanelli era già morto. 

L’incontro con l’Egitto

Fig. 2 - Marie Charlotte Jeanne Germain, alias "Isha"

Il 4 ottobre 1927 Schwaller sposa in seconde nozze Jeanne Lamy (vedova dell’amico Georges Lamy, morto accidentalmente l’anno prima), che prenderà il nome mistico “Isha”, con il quale firmò diversi libri.  Lo aveva conosciuto quando era divenuta una sua seguace molto tempo prima, sostenendo di essere stata attratta da un legame telepatico. Ella era sempre stata affascinata dall’antico Egitto ma Schwaller non condivideva questo suo interesse.

Nel 1936 si lasciò convincere ad andare ad Alessandria per studiare la tomba di Ramses IX, nella Valle dei re a Tebe, dove ebbe una rivelazione mentre osservava una rappresentazione del Faraone sotto forma di ipotenusa di un triangolo rettangolo le cui proporzioni erano 3 -4 – 5 mentre il braccio sollevato rappresentava un’unità addizionale, denominata cubito reale (fig. 3, tratta dalla fig. 108 di Le Temple de l’homme, vedi nota [1]). Chiaramente gli Egizi conoscevano il teorema di Pitagora secoli prima della nascita del matematico greco.

Fig. 3 - le proporzioni 3-4-5

Per quindici anni, fino al 1951, rimase in Egitto studiandone i templi, in particolare quello di Luxor. Ne scaturì la sua enorme opera sulla geometria in tre volumi, The Temple of Man [1], ed il suo ultimo libro, Le Roi de la Théocratie Pharaonique.

Le origini della civiltà egizia: l’ipotesi sulla Sfinge

Secondo Schwaller la civiltà egizia non sorse, come si legge nei libri di storia, nel 3000 a.C. con il leggendario Re Menes. Migliaia di anni prima l’Egitto era popolato dai superstiti di Atlantide che avevano attraversato l’allora fertile Sahara per insediarsi nella valle del Nilo. I grandi templi e le piramidi dell’Egitto sono l’eredità lasciataci da questi superstiti. Resta il fatto che Schwaller credeva di aver trovato risposta ai misteri della civiltà egizia: essa era stata fondata dai superstiti del grande continente perduto che secondo Platone, scomparve nel 9500 a.C. in seguito ad un cataclisma vulcanico.

Secondo gli storici moderni probabilmente la Sfinge risale all’epoca in cui fu edificata la seconda piramide di Giza cioè nel 2500 a.C.; si pensa che la Sfinge sia opera del Faraone Chefren, figlio o fratello di Cheope che si pensa abbia fatto costruire la Grande piramide. Questa teoria si basa sul fatto che, sulla stele tra le zampe della Sfinge, c’è un cartiglio con il nome di Chefren, si tratta tuttavia di un’ipotesi recente. Nel 1900 Sir Gaston Maspero, Direttore del Dipartimento di Antichità del Museo del Cairo, suggerì che Chefren si era limitato a riportare alla luce e restaurare la Sfinge che all’epoca era già un monumento antico.

Secondo Schwaller l’erosione della Sfinge non era stata causata da tempeste di sabbia bensì dall’acqua. Sosteneva che, poiché‚ la Sfinge è protetta ad ovest da un muro e che comunque per la maggior parte del tempo era rimasta sepolta nella sabbia fino al collo, l’ipotesi dell’erosione eolica era poco probabile. Ma in Egitto le piogge scarseggiarono per migliaia di anni, altrimenti il deserto del Sahara oggi non esisterebbe. Se la Sfinge è stata erosa dall’acqua e non dalla sabbia ovviamente deve essere molto, molto più vecchia, forse di migliaia di anni. Se così fosse, lo stesso varrebbe per la Grande piramide. Schwaller si guardò comunque dal pubblicare questa sua ipotesi.

Questa teoria fu ripresa dallo studioso Graham Hancock (sulle cui ricerche non mi dilungo), semplicemente ricordando che tutti gli elementi relativi al complesso di Giza lo convincevano del fatto che non era opera di “primitivi tecnicamente avanzati”. Egli si recò anche in Perù, a visitare e a studiare da vicino gli enormi disegni stilizzati di Nazca, in Perù, e la città inca di Machu Picchu, il lago Titicaca e Tiahuanaco ed i grandi templi aztechi dell’America Centrale. Anche in questo caso le prove facevano pensare ad una civiltà che risaliva ad un’epoca più remota di quella indicata nelle guide. Hancock era particolarmente incuriosito dalla leggenda di una o più divinità bianche che portarono la civiltà in Sud America. Questa divinità era chiamata Viracocha, altre volte Quetzalcoatl oppure Kukulkan e veniva rappresentata come un uomo dalla pelle chiara e dagli occhi blu, simile alle antiche statue egizie di Osiride. Quando tornò in Egitto la grandezza dei monumenti lo convinse definitivamente del fatto che le civiltà degli Incas e degli Aztechi risalivano a molti millenni prima rispetto alle date indicate nei libri di storia o che era esistita una civiltà sconosciuta, perduta nel passato.

L’importanza di Schwaller de Lubicz

Fig. 3 - copertina del libro Du Symbole et de la Symbolique (1951)

Schwaller aveva iniziato il suo libro sui simboli (Du Symbole et de la Symbolique, Il Cairo, 1951) e sul simbolismo facendo notare che ci sono due modi per leggere gli antichi testi religiosi: quello essoterico e quello esoterico. Il metodo essoterico consiste di significati che si possono trovare in un dizionario o in un testo di storia, ma è soltanto il fondamento del significato esoterico che Schwaller definisce simbolico (un sistema di simboli).

Termino con queste parole di Schwaller:

Le scienze, la medicina, la matematica e l’astronomia degli antichi Egizi erano tutte esponenzialmente più avanzate e complesse di quanto riconoscano gli studiosi contemporanei. Tutta la civiltà egizia si basava sulla comprensione completa e precisa delle leggi universali… inoltre ogni aspetto della conoscenza egizia sembrava essere completo fin dall’inizio.(..)”

“Scienze, tecniche artistiche ed architettoniche, il sistema di scrittura geroglifica non mostrano il passaggio attraverso una fase di sviluppo, anzi le realizzazioni delle prime dinastie non furono mai sorpassate e nemmeno eguagliate. Ciò è ormai ammesso dagli egittologi conservatori, tuttavia la grandezza del mistero che ne deriva è attentamente sottovalutata mentre molte delle sue implicazioni vengono ignorate”.

A René Schwaller de Lubicz rivolgo un pensiero affettuoso anche per le numerose chiavi di lettura che mi ha dato sulla simbologia dell’antico Egitto e non solo!

Consiglio a chiunque sia interessato a comprendere il significato di ciò che vediamo sulle pareti dei templi antichi o nelle splendide tombe dei regnanti, di affrontare la lettura dei due poderosi volumi di Il Tempio dell’Uomo, come sto facendo anch’io, a capitoli, piano piano.

Intanto, per ispirarvi, provate a dare un’occhiata a questo articolo sul tempio di Luxor scritto da Viviana Vivarelli.

Alla prossima!


Nota al testo

[1] René Adolphe Schwaller de Lubicz, Il tempio dell’uomo, introduzione e note di Paolo Lucarelli (2 volumi), Edizioni Mediterranee, Roma 2000.

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