Pubblicato da: Paolo | 30/09/2011

La tartaruga nella tradizione (3)

Ed eccoci alla conclusione di questo “miniciclo” di post dedicato alla simbologia esoterica della tartaruga.  Vedremo le sue funzioni legate alla caratteristiche di protezione, fertilità, maternità, ma anche le connessioni con la musica e con le pratiche meditative.

Fertilità, senso della famiglia, attaccamento alla terra e alle proprie radici.

Sul piano rigorosamente antropocentrico, la tartaruga riveste un simbolismo allo stesso tempo maschile e femminile.

In Oriente, la connessione ai miti cosmofori, cioè riguardanti il cosmo ed incarnanti virtù universali, non salvarono, in ogni caso, il nostro animale dall’essere ucciso e destinato ad usi ben più prosaici o, addirittura, al sottrarsi dall’onta di essere nominato in allusioni triviali. Sembra che da questo aspetto del simbolo, particolarmente attestato in Cina e nelle tradizioni amerindie, dovuto all’osservazione del movimento di uscita della testa della tartaruga fuori dal carapace, deriverebbero alcune espressioni metaforiche cinesi.

Il rientrare della testa all’interno del carapace evocherebbero anche idee di fuga, di capitolazione e dunque di lassismo: al limite questa immagine della tartaruga che ritira il collo evocherebbe quella dello struzzo che caccia la testa nella sabbia. Da questa, nella degradazione del simbolo, i cinesi si spinsero a qualificare con il nome di tartaruga i mariti traditi. A partire dalla dinastia Ming, era imperdonabile pronunciare la parola “tartaruga” durante una conversazione raffinata, poiché la parola indicava un uomo indulgente verso le scappatelle della moglie, così come “tartaruga nera” indicava un lenone e “uovo di tartaruga” un figlio illegittimo.

Presso la cultura giapponese la tartaruga era spesso associata alla cicogna, come simbolo di felicità e fortuna, perché, anticamente, una coppia di amanti si era trasformata in questi animali per raggiungere il Regno degli Immortali. Minkgane era la millenaria tartaruga messaggera delle divinità (ricordiamo che anche Mercurio, di cui ho parlato nello scorso post, aveva questa funzione di messaggero degli dèi) ed aveva i sei segni sacri roku-jo, simboleggianti amicizia, fedeltà, carità, sincerità, contemplazione e saggezza, riconoscibili sulle linee del guscio, le cui celle esagonali erano stilizzate nel kikko, uno dei motivi più antichi usati dai samurai per ornare le vesti [1].

fig. 1 – cartina della Colombia in cui è visibile la regione del Vaupès, al confine orientale con il Brasile.

Da parte loro, gli Indiani dell’Amazzonia, nei miti della regione di Vaupés (parte orientale della Colombia, nel pieno della Foresta amazzonica, vedi fig. 1), considerarono la tartaruga come la rappresentazione della sposa del sole [2].

I nativi della tribù Ojibway (Chippewa) dei Grandi Laghi chiamano il continente nordamericano “Grande Tartaruga”, poiché ha questa forma: la Florida è una delle due zampe posteriori; la penisola della California è l’altra; la coda è il Messico. Per queste popolazioni, in generale, la tartaruga è un simbolo prettamente femminile e rappresenta la Madre Terra [1].

Nell’antichità europea, a causa delle sue numerose uova, la tartaruga veniva considerata il simbolo della fertilità. Nell’antichità, la tartaruga, che mette al mondo numerosi piccoli, era simbolo della fecondità ed era consacrata ad Afrodite [1].

Al contrario, nelle immagini triviali cinesi, per il suo “contegno silenzioso”, era il simbolo dell’amore pudico, mentre la sua lunga vita ne faceva la quintessenza della vitalità. L’animale “che vive nella melma” era anche il simbolo dell’attaccamento alla terra [3].

Si deve alle sue qualità di antenata onnisciente e benefica che la tartaruga è spesso considerata una compagna, un intima nella famiglia degli uomini e una custode della memoria delle proprie radici: tutte le famiglie del paesi Dogon possiedono una tartaruga; in caso di assenza del patriarca, è a lei che sono offerti il primo boccone di cibo ed il primo sorso di acqua quotidiana.

I giapponesi hanno per essa la stessa considerazione che rivolgono alla gru e al pino,  al quale questi due animali sono associati. Essi le prestano decine di migliaia di anni di vita.

Una posizione ambigua ebbe invece la tartaruga, in ambito europeo medievale e moderno: fu, infatti, l’incarnazione di lentezza colpevole, di accidia, di cecità mentale sino a La Fontaine, che scagionò l’animale da queste accuse, rendendolo araldo della perseveranza e della caparbietà positiva [1].

La tartaruga musicale 

Fig. 2 – Apollo con la chelys-lyra, pittura vascolare greca, museo di Delfi, ca. 460 a.C. (da Wikipedia)

Nell’inno omerico ad Hermes, si canta l’invenzione della Lira da parte del dio che, precocissimo neonato, uccise una tartaruga in una caverna e ne adattò alcune corde di budello al carapace, per utilizzarlo come cassa di risonanza, donandolo poi al dio Apollo (fig. 2).

Sant’Ambrogio (340-397) fa notare che, poiché col suo guscio si poteva fabbricare uno strumento musicale a sette corde, era anche in grado di rallegrare il cuore [1].

E’ notevole sottolineare che anche nella cultura degli indios dell’Amazzonia il carapace di tartaruga, chiuso con della cera ad una estremità, costituisca uno strumento musicale che gioca un ruolo nelle cerimonie iniziatiche, e questo non può non farci pensare al carapace di tartaruga trasformato in cetra da Hermes.

Le casse armoniche della Lira vennero fornite dalle tartarughe terrestri dell’Arcadia ma, prima della moda di impiallacciare con le sue scaglie mobili e stipiti delle case romane patrizie nel I secolo a.C.

Funzione apotropaica: protezione contro gli attacchi 

La funzione protettrice del suo guscio era già nota nei riti magici dell’antichità come difesa dalla grandine e dagli incantesimi [3]. Sempre presso i Romani gli utilizzi delle tartarughe erano collegati alle sue presunte proprietà apotropaiche, in grado, cioè, di contrastare le influenze malefiche. L’uso del guscio come culla o come vasca da bagno era, infatti, ritenuto, nel IV e III sec. a.C., efficace contro le malattie infantili. Plinio il Vecchio considera la carne della tartaruga un rimedio salutare contro i veleni. Plinio decanta le applicazioni della tartaruga: le sue carni sarebbero utili per controbattere le arti magiche o come antidoto ai veleni di scorpioni, ragni e salamandre; l’orina mescolata a cimici, sarebbe portentosa contro il morso degli aspidi. Anche il grasso, il fiele e le scaglie trovano spazio nella farmacopea antica [1].

Nelle zone montagnose del Marocco, l’eqroun, nome berbero della tartaruga, è un diffuso ornamento femminile, raffigurante un carapace con pendenti in argento, considerato di benefiche influenze [1].

La tartaruga e la meditazione

In conclusione notiamo che, all’opposto del significato più “terra-terra” di cui abbiamo parlato più sopra, la retrazione della tartaruga nel suo carapace può essere anche un’immagine di alta portata spirituale. Il ritirarsi della tartaruga nel guscio è infatti, nella tradizione induista, il simbolo della concentrazione mentale e, come già ricordato, l’animale si trovava spesso citato nei testi sacri come cavalcatura divina, come sostegno di montagne o come trasformazione del dio Vishnu. 

Essa è dunque simbolo di concentrazione, di meditazione, di ritorno allo stato naturale, e dunque di un’attitudine fondamentale dello spirito. Quando, dice la Bhagavad Gita, la tartaruga ritira completamente le sue membra, ella isola i suoi sensi dagli oggetti sensibili, e la saggezza in lei è veramente solida (2, 58) [2].

Infine terminiamo con due citazioni letterarie:

Mio cuore vai

con le sagge tartarughe,

mio cuore, attraverso

un Sahara di luce!

Mio cuore vai

con le sagge tartarughe,

elisir per il corpo

e ali per lo spirito

Con i loro piviali

da cerimonia

le tartarughe insegnano

l’inutilità dei piedi.

Conoscono le falsità

di orizzonti celesti

e dedicano la loro vita

a studiare una stella,

una stella con la quale

impregnano la corazza.

Mio cuore vai

con le sagge tartarughe,

elisir per il corpo

ed ali per lo spirito

non ti mancheranno quando

sentirai la Terra muoversi.

Mio cuore, spegni

la tua vecchia sete di limiti.

Hermann Hesse

La tartaruga disse a Zeus: “Voglio una casa tutta per me, in modo che vi possa entrare solo chi dico io!”.

Zeus rispose: “Avrai una casa tutta tua, ma ci potrai entrare solo tu!”

Esopo

Note al post

[1] http://www.webalice.it/salvatorecurcio/CURIOSITA’.html
[2] Jean Chevalier e Alain Gheerbrant, Dizionario dei simboli
, ed. BUR Rizzoli 1999, alla voce Tartaruga
[3] dal sito web http://www.latartaruga.net/it/tartaruga.html

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