Pubblicato da: Paolo | 02/06/2011

Stonehenge, una Lourdes del passato?

Ho appena finito di leggere un bell’articolo sulla rivista Le Scienze di questo mese (n. 513, pp. 79-83) dal titolo Nuove ipotesi su Stonehenge. Illustra le ricerche del prof. Vince Gaffney, dell’Università di Birmingham, secondo cui il famoso cerchio di monoliti appartenesse ad un sistema più vasto.  Ma vi sono alcune ulteriori riflessioni che vorrei condividere con voi.

Nel 2002 un gruppo di archeologi impegnato in uno scavo a circa 5 km da Stonehenge ritrovò uno scheletro risalente all’età del Bronzo, datato verso il 2300 a.C., soprannominato “l’arciere di Amesbury”, dal nome della località del ritrovamento. Dagli studi effettuati risulta che quest’individuo provenisse da molto lontano, probabilmente dalle Alpi. Risulta inoltre che non fu l’unico ad aver viaggiato così tanto per arrivare al sito sacro, dato che sono stati ritrovati diversi altri resti di individui provenienti sia dal nord (es. dal Galles) sia da zone a clima più temperato, addirittura dall’area mediterranea. Quello che accomuna molti dei corpi ritrovati è la presenza di evidenti segni di ferite gravi, di infezioni o di disfunzioni organiche gravi.

Ora io mi chiedo questo (domanda n°1): che cosa spingeva un individuo appartenente a una cultura e a una religiosità ben definiti ad attraversare le Alpi e la Manica per recarsi a Stonehenge, in cui avrebbe trovato un sistema di valori, di abitudini e una lingua completamente diversi dalle proprie, oltretutto in condizioni di salute precarie?

Non certo l’intenzione di arrischiarsi in un viaggio dalle mille insidie per arrivare in un paese così remoto per andare a adorare divinità di un pantheon diverso dal proprio.

Probabilmente alla base della scelta vi era un sapere (o, meglio, un sentire) collettivo, tipico delle società di tipo tradizionale (la definizione di “società tradizionale” a cui mi riferisco qui è quella del grande esoterista Réné Guénon, ripresa poi da J. Evola), presente e diffuso in tutta Europa. La matrice culturale era fondata su una solida base fornita da migliaia di esperienze di guarigione avvenute in quei luoghi in cui era  possibile entrare in contatto con le energie guaritrici della terra, e non sulla base di superficiali credenze o mere superstizioni, come ritengono (ingenuamente) molti studiosi “ufficiali”. Energie che, per il loro valore riconosciuto come sacro e essenziale, venivano custodite all’interno di monumenti edificati a tutte le latitudini, e nelle epoche che vanno dalla preistoria almeno fino a tutto il Medioevo.

La molla che faceva scattare il pellegrinaggio era quindi probabilmente la (fondata) speranza della guarigione, ma anche, sicuramente, aveva il suo ruolo anche la disperazione per la cronicità dei propri sintomi, magari dovuta all’improvviso peggioramento della propria condizione.

Ora tenetevi forte, perché la notizia che anticipavo nell’ultimo post è la seguente: questa funzione del santuario megalitico  inglese è confermata anche dagli archeologi (la trovate a pag. 83 della rivista Le Scienze, da cui cito testualmente):

Reperti raccolti nel 2008 durante uno scavo nell’area di Stonehenge (il primo all’interno del circolo dopo quarant’anni) appoggiano l’idea che la struttura fosse principalmente un luogo di cura, una destinazione per i malati che viaggiavano per centinaia di chilometri nella speranza di essere guariti.”

ecco il pezzo forte (i grassetti sono miei):

A Stonehenge, come nelle grandi cattedrali medievali, si svolgevano riti diversi, ma la funzione principale era quella di luogo sacro di guarigione, afferma Tim Darvill, (Università di Bournemouth), che ha condotto gli scavi del 2008 insieme a Geoff Wainwright, ex presidente della Society of Antiquaries di Londra.

Che questa opinione (anche se ancora in parte da verificare) sia esposta da un serio studioso accademico, è già di per sé degna di nota. Personalmente, sentire l’accostamento tra Stonehenge e le cattedrali medioevali in quanto luoghi di energia benefica è musica per le mie orecchie… ma concludiamo con un’ultima considerazione.

La memoria delle pietre

Pianta e vista di Stonehenge. Al centro sono visibili i triliti molti dei quali non sono giunti a noi.

E’ ormai praticamente assodato che gli enormi monoliti di dolerite (chiamati blue stones per via del colore blu scuro di questo minerale di origine vulcanica), provengono da alcune cave a quasi 250 Km da Stonehenge (vedi anche l’articolo L’origine delle pietre blu di Stonehenge, FeniX n° 30, aprile 2011, a pag. 11). Risulta che alcuni di questi enormi manufatti manchino all’appello. Darvill ha trovato nei suoi scavi un certo numero di schegge volutamente estrapolate da blocchi più grandi, e ipotizza che alcuni degli enormi blocchi siano stati piano piano distrutti a furia di staccarne dei pezzi da utilizzare come talismani.

A mio parere era probabilmente così, dato che l’uomo antico ragionava in questi termini:

Se a Stonehenge si guarisce, forse le sue pietre hanno un potere, oppure si sono caricate di quell’energia benefica… quindi perché non portarsene un pezzo a casa?

Può anche darsi che si fosse organizzato un commercio di questi amuleti, analogamente a quanto si fa oggi a Lourdes, in cui si vendono le bottigliette a forma di madonnina piene di acqua della fonte sacra…

Alcuni studiosi (non di matrice accademica) ritengono che l’intero complesso di Stonehenge avesse come funzione principale quella di proteggere gli enormi triliti di bluestone al centro, che forse agivano come enormi “elettrodi” o piuttosto di condensatori in grado concentrare l’energia potente del luogo e di renderla disponibile, magari in forma amplificata e potenziata, a coloro che entravano nel rituale di guarigione sacra, beninteso soltanto nelle epoche in cui esisteva una classe sacerdotale in grado di avere le conoscenze e la sensibilità per farlo.

Il vero scienziato si confronta soltanto con la natura, non con l’accademia! 

Ma lasciatemi terminare questo post con la seguente, impellente domanda (la n°2): fino a quando continuerà la contrapposizione tra archeologi ufficiali e i (seri) investigatori che utilizzano anche gli altri sensi, oltre ai cinque ordinari? Quando comincerà una sana collaborazione?

S. Cardinaux, nel suo Géometries Sacrées, riporta che gli archeologi, anche giustamente se vogliamo, sono sempre piuttosto scettici sui suoi metodi di ricerca di nuovi siti archeologici, dato che non utilizza il georadar, come fa Gaffney, ma la sua chiaroveggenza, la sua sensibilità alle energie sottili e l’analisi delle variazioni del biocampo dei suoi collaboratori mentre interagiscono con le energie operanti dei luoghi oggetto di studio. In questo modo Cardinaux ha individuato più di un sito nascosto sottoterra o reso irriconoscibile, anche dalla fotografia aerea, in quanto coperto dalla vegetazione.

E’ inutile dire che, al ritrovamento di insediamenti di antiche popolazioni sconosciuti in precedenza agli studiosi, lo scetticismo di questi ultimi è venuto un po’ meno…ma solo temporaneamente.

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